Virushanelitum

Primo capitolo del Sacro Ordine del Mistero della Notte

Folco guardò il sentiero rinnegato che s’immergeva nella boscaglia, tra lamine di tenebra che si trasformavano in tronchi una volta illuminati dalle timide fiaccole.

Si sentiva insicuro, sebbene ai suoi mercenari apparisse il solito feudatario deciso e spietato. Solo allora comprese che il petto poderoso, inorgoglito dal gambesone di lino nascosto sotto la maglia metallica e il fornimento brisato della spada erano solo maschere carnevalesche sgualcite, futili travestimenti per celare il terrore che provava nell’anima.

Avanzava con i suoi mercenari in una grotta di cortecce, sotto una volta sconsacrata di lecci, castani e cerri. Marciavano da circa un’ora sui sentieri che annaspavano sul lato sud-orientale dei colli Corona.

Due occhi luminosi come lanterne, addolcite da un’animalesca smorfia di pietà, scrutarono perplesse gli uomini. Anche il gufo deprecava l’idea d’avvicinarsi a Lago Incastrato nella stagione delle piogge. Si diceva che in quel periodo la Signora sfruttasse il Gargo per risalire il Tröbbia, prima di giungere a Lago Incastrato. Il pennuto scosse il capo, disprezzando la stoltezza degli uomini.

«Quanto manca a Incastrato? Sono stufo di camminare nel fango.» Diego da Rotofredo si sistemò i lunghi capelli bagnati dal sudore. «Questa strada non finisce mai e io non ne posso più. Non potevamo prendere i cavalli? Avremmo fatto prima.»

«Come no! Magari potevamo venire anche con carri, catapulte e trabucchi, così il Demonio non ci notava!» Rollone Cornacchio si asciugò la fronte con le mani nodose.

«Non pronunciare quel nome perché potrebbe arrivare e ucciderci tutti.» Diego alzò di scatto il capo. Una distesa di scure foglie copriva il cielo.

«Ma taci codardo! Invece di brontolare, cammina e la prossima volta tagliati i capelli. Sembri unto come quei bifolchi di Avangard.» Rollone scatenò le risa dei suoi compagni. «Qui a Tali siamo civili e gli uomini non tengono i capelli come le femmine.»

«Come osi offendere!» Diego pose la mano sull’elsa della spada. «Ora vedrai di cosa sono capace…»

«State fermi e tenete gli occhi aperti!» disse Folco alzando il pugno al cielo. Con il suo metro e novanta pareva un eroe degli antichi poemi di Lemŭropolis, dallo sguardo fiero e il corpo vigoroso. Per questo lo chiamavano il Bello. «L’ultimo problema sono cavalli e capelli. Tenete pronte le balestre, figli di baldracche per orchi, e non fatevi sfuggire nulla d’insolito. Razza di idioti dal cervello pieno di sterco! Litigare per queste inezie con un pericolo così grande che s’aggira attorno a noi. Vi giuro sul Mysterium e sul blasone dei Tegalliano che se litigate ancora sarete passati con l’artiglio del gatto. I palvesari si dispongano avanti e dietro gli altri.»

La voce roca del nobile cadde come una ghigliottina sul mormorio dei soldati, mentre le foglie frusciavano creando un sottofondo. Solo un anomalo strofinio di passi rispose alle parole del Folco.

Il Tegalliano si voltò. Un viso flaccido poggiava su rotoli adiposi che soffocavano il collo, accompagnato da un respiro rantolante. Il ventre sembrava scoppiare ristretto da una camicia di lino sgualcita che lasciava libera l’ombelico, un foro peloso tra due rotoli di carne.

«Mio signore,» agonizzò l’uomo posando lo sguardo limaccioso sul Folco, «ho visto una piccola casa isolata, più in alto a destra, a circa due stadi da qua. Se mi date quattro uomini, potrei vedere se c’è qualcuno da offrire alla Signora come gesto di amicizia. Presentarsi armati e a mani vuote non è un bel gesto» concluse mentre estenuato dalla salita asciugava il sudore che colava sul volto.

Un alito putrescente inondò le narici del Folco, facendogli storpiare il naso. «Prendi quattro uomini e recupera un dono» replicò il Tegalliano facendo un passo indietro «se è possibile, vedi di rispettare il Codice. Il Senato vuole il successo ma anche la massima discrezione. Se il Codice non viene rispettato, sarà difficile controllare le voci: questo bosco è pieno di licantropi che potrebbero spifferare tutto al popolo. Quindi stai attento a chi scegli. Meglio qualcuno d’emarginato, in modo da far ricadere la colpa della sua morte sui suoi peccati. Ora vai e fai presto. Ti aspetteremo ad Incastrato.»

Decenza distolse gli occhi verde melma dal suo signore. Era una montagna di lardo e muscoli che ondeggiava ad ogni passo, come se da un momento all’altro dovesse cadere. Fece segno a quattro mercenari di seguirlo e sparì nelle oscurità della foresta.

Folco lo osservò disgustato. Era deforme e puzzava come una porcilaia, eppure in tutta Tali non si trovavano uomini come lui. Coraggioso, leale e tremendamente efficace, una triade che mancava anche ai migliori ammiragli della Purissima.

Folco scosse la testa, poi assetato afferrò la borraccia. L’acqua scivolava pura nella gola, spegnendo il fuoco che lo divorava, un fuoco di complotti, calcoli e omicidi. Folco non aveva neppure risparmiato la sua prima moglie. Si chiamava Caterina: una fanciulla diciannovenne dai fluenti capelli castani e dal seno prosperoso. Dannatamente bella ma anche dannatamente Galbajo. Quando le due famiglie erano entrate in lotta per l’elezione del Doge, lei aveva tramato contro i Tegalliano. Era stato costretto a bruciarla viva, richiudendola in un fienile per evitare le spese di un esoso ripudio. Un terribile incidente che non aveva convinto il suocero Aldovino il Bastardo. I Galbajo inferociti avevano atteso il momento propizio per giocare le loro carte. E proprio mentre il Senato vagliava la sua candidatura al Consiglio dei Dieci, il Bastardo aveva chiesto una prova per saggiare il suo coraggio prima d’accedere alla carica.

Folco trattenne un conato di vomito al ricordo di quelle parole. Nelle sue orecchie risuonavano ancora gli applausi del Senato, dove Faier e Gargonesi s’erano dimenticati delle somme ricevute per eleggere Ludovico III di Averna alla carica di Doge.

Gli uomini camminarono per circa mezzora, prima che un suono aprisse la danza della morte.

Dong, Dong, Dong…

Sentii la mia forza crescere a ogni tocco, una spirale d’odio che s’impossessava d’ogni mio pensiero. Scuotevo le foglie degli alberi come se fosse scoppiata una tempesta. Il Mistero della Notte era cominciato e IO, la Maledizione della Corona, ero finalmente libera di carpire le loro anime.

Undici battiti di campana riecheggiarono tra i colli, scendendo come brividi per le schiene degli uomini. L’ora del Mistero della Notte era arrivata. Lui non amava i mortali, non apparteneva agli uomini. Bramava altre creature, astute e pericolose, potenti e vendicative. Sulle mura di Tali i balestrieri riverivano i maghi del Sodalitas Oceanum, che come ogni notte avrebbero tentato di scacciare le creature maligne. I miseri delle campagne, invece, sprofondavano nel terrore, dimenticati da quei nobili che millantavano di volerli difendere.

Un odore di salsedine si diffuse nell’aria. A Folco pareva d’essere sulla riva del mare, tra barche cariche di pesce e l’eco del mare in risacca. Sentì l’ansia avvinghiarsi al gargarozzo, strangolando ogni speranza. In quegli istanti avrebbe preferito il cibo putrefatto del bordello del Porto, da trangugiare con disgusto nell’attesa di succhiare i seni speziati di qualche prostituta.

Diego arricciò le narici «Cos’è questo strano odore? Mi sembra d’essere al porto di Tali, mancano solo navi e mercanti.» si guardò intorno, il volto contratto.

«Chi vuoi che sia? Idiota!» disse Rollone battendo le mani. «Hai mai sentito l’odore del mare tra i colli? Chi avrà mai risalito il Gargo sfruttando le piogge, mia nonna? Questo è il profumo della Signora.»

«Ma se manca ancora mezzora al lago! Vuoi farmi credere che il suo odore arrivi fino a qua? Pensi che sono imbecille?»

«Sì, lo sei ed adesso taci!» Folco colpì con un colpo di spada la corteccia d’un albero. «Forse non hai compreso il pericolo che corriamo. Stiamo parlando della Signora, non di un vampiretto giocoliere od un troll lattaio. Non sappiamo di che razza sia, non sappiamo in cosa si sia trasformata, e non sappiamo se accoglierà la nostra ambasciata o ci ucciderà. Sappiamo solo una cosa: che due occhi verde smeraldo iniettati di sangue si stanno domandando chi siamo e cosa vogliamo. Ora riprendiamo la marcia e teniamo gli occhi aperti. E mi raccomando: nel caso la Signora cercasse di prendere il controllo della mia mente, vi ordino di fermarmi.»

I volti divennero tesi, gli sguardi cupi. Maledissero la brama di denaro che li aveva trascinati in quella missione da demonìa. Erano quelle carogne che avrebbero dovuto occuparsi degli affari con le creature della notte per favorire i nobili e, il giorno dopo, millantare al popolo che il mostro era stato sconfitto.

Folco cercò di pensare ad altro, ma ogni tentativo fu inutile. Perché nella sua mente Lei aumentava e lui rimpiccioliva, Lei s’imponeva e lui si nascondeva, Lei dominava e lui soccombeva.

E con Lei crescevano i rumori della boscaglia.

I grilli frinivano irriverenti, assordandolo. Lo irridevano con il loro canto spensierato. Tanto a Lei non interessavano, non rientravano nei suoi gusti alimentari, ma lui sì, lo sapeva, lo sentiva.

Deglutì. Si diceva che Lei fosse bellissima, la seduzione in persona. Qualunque forma assumesse, anche quella di un rospo, incantava ogni mortale. Sussurri di palazzo affermavano che persino il Visconte d’Algerio, noto per trascorrere notti focose con il ciambellano, vistala in forma umana avesse provato una forte attrazione sessuale. E la cosa non aveva stupito nessuno, neppure lo stesso visconte. Come avesse fatto a sopravvivere restava un mistero che il Visconte custodiva gelosamente per sé, sempre che quella storia fosse vera.

Proseguirono per circa mezzora giungendo ad un ultimo gruppetto di betulle, le cui radici parevano delle zampe d’anatra. Di fronte a loro notarono un ponticello pericolante in legno, che s’estendeva per circa cinque metri nel lago. Alla sua estremità sinistra ondeggiava una piccola barca illuminata da uno sciame di lucciole che volteggiavano in una spirale policroma. Disegnavano un gorgo sfavillante che si spegneva obliquo sulla prua. Tutti si insospettirono, sebbene fossero attratti da quella visione.

Quella parte del lago era lunga circa seicento metri e larga poco più di quattrocento, racchiusa in una corona di monti dai declivi verdeggianti. Nessuna luce si vedeva su di loro. In quella stagione, quando Lei arrivava dal mare per riposarsi, pochi osavano vivere nei pressi di Incastrato, preferendo fuggire lontano.

Sospettoso, Folco ordinò ai suoi uomini di fermarsi per attendere Decenza.

«Tenete gli occhi aperti e state pronti con le balestre!» ordinò sopprimendo all’ultimo il tremolio della voce. «Rollone, voglio una linea di sette balestrieri difesi dai palvese a tre passi doppi dal lago. Dovranno fare schermaglia in caso d’attacco della Signora. Diego, prendi tre uomini con te e perlustra l’intera spiaggia senza mai avvicinarti all’acqua, poi torna a riferire. In caso di pericolo, suona il corno. Il resto con me, stiamo vicino alle piante e guardiamoci bene le spalle. Non sappiamo in cosa la Signora potrebbe essersi trasformata. Attendiamo Decenza e nessuno prenda iniziativa senza il mio espresso consenso.»

Gli alberi parvero scrutare gli uomini conficcare a terra gli ampi scudi palvesi per difendere i balestrieri, mentre le loro fronde bruivano nonostante l’assenza del vento.

Per mezzora non accade nulla. Il lago taceva, scosso solo dai mormorii del bosco, mentre le lucciole disegnavano figure trapezoidi che d’incanto mutavano in cilindri e coni. Folco intuì l’invito della Signora, ma preferì attendere l’arrivo del dono. Stette in silenzio, rianalizzando mentalmente ogni dettaglio del suo piano.

I suoi pensieri furono interrotti dall’ansimare di Decenza. Portava con sé dei poveri boscaioli legati selvaggiamente, faticavano persino a camminare. Si trattava d’un uomo sulla quarantina secco come un ramo d’autunno, una matrona tondeggiante, e due piccoli marmocchi che imploravano pietà con gli occhi.

«Mio signore, ecco i possibili doni, scegliete voi il migliore per la Signora. Secondo me l’uomo è troppo secco, meglio la donna grassa che è pure incinta. Un ottimo pranzetto e poi le consegniamo i due bambini. Carne fresca e tenera per digerire meglio. Vedrete mio signore che Lei sarà contenta.»

Una smorfia apparve sul volto del Folco. Le braccia incrociate sul petto formavano una barriera tra lui e Decenza. Era comunque un cavaliere legato da un giuramento al Codice, come poteva sacrificare la vita di due bambini innocenti? Provava ribrezzo per quella palla di lardo dagli occhi fetidi, eppure le sue parole avevano senso.

Volse lo sguardo verso i due bambini. Il più piccolo doveva avere circa tre anni e non stava capendo nulla. Scrutava con i suoi occhi spaventati i volti freddi dei mercenari. Il moretto più grande si rendeva conto della situazione. Tratteneva l’angoscia cercando di far coraggio al fratellino. La donna sprofondava nella disperazione tra lacrime silenziose. E il suo uomo che faceva? Zitto, immobile, deformato dalla paura.

Come osava? Era lui il padre di famiglia! Era solo una femminuccia incapace di portare il peso del Codice. Essere schifoso, meritava la morte!

«Decenza, lascia libere donne e bambini, voglio quello sterco di mucca» disse Folco puntando l’indice verso l’uomo avvizzito. «Lui sarà il dono per la Signora. Alcemone, Malocchio! Scortate la donna e i suoi figli alla loro casa.»

«Non possiamo lasciarli liberi» proruppe Diego, che aveva terminato la perlustrazione poco prima l’arrivo di Decenza, «ci hanno visto in faccia. Dobbiamo ucciderli o darli in pasto alla Signora.» Un mormorio d’approvazione seguì le sue parole.

Folco non si scompose. Conosceva bene i suoi uomini e percepiva nei loro cuori la tensione. «Femmina dai capelli lunghi, taci se non vuoi che ti faccia cavare gli occhi! E voi tutti, razza di briganti, non sapete con chi state parlando? Secondo voi questi plebei oseranno sfidare un Tegalliano?» all’udire il nome del casato, i prigionieri sbiancarono. «Messeri,» continuò recitando la parte della carogna dal cuore buono, che tanto piaceva ai suoi uomini, «siamo padri di famiglia e abili guerrieri che portano fieramente il fardello del Codice…»

«È vero» commentarono alcuni, «Abbiamo delle gravi responsabilità» replicarono altri.

Un ghigno si dipinse sui dolci lineamenti del Folco, sogno proibito delle dame di Tali. «…uomini d’onore obbligati a lavorare nell’ombra per la gloria e per la giustizia. Ma non siamo degli assassini, dei luridi briganti che strisciano di notte stuprando donne e uccidendo bambini. Noi, tutti noi…» compì un circolo su sé stesso squadrando le facce degli uomini «…siamo dei Tegalliano, lo splendore della Repubblica di Tali. Rispetteremo il Codice, in quanto l’onore scorre nelle nostre vene e in quelle dei nostri padri. E per ringraziarvi, riceverete una lira d’argento» urla di gioia esplosero tra gli uomini. «Alcemone, Malocchio! Eseguite gli ordini.».

Il tumulto degli uomini assordò lago Incastrato. Sebbene conscio del pericolo, Folco li lasciò sfogare, gustandosi la vittoria.

Ogni perplessità era sparita dai volti, persino da quello di Diego che nella confusione generale s’era diretto verso il lago. Superò i balestrieri che lo osservavano preoccupati.

«Folco ha ordinato di non avvicinarsi all’acqua» disse un balestriere «devi stare dietro i nostri scudi»

Diego portò l’indice sulle labbra. «Vedi di stare zitto, ho sete!» A passo deciso s’incamminò verso il lago, superando i balestrieri.

«Visto?» disse al suo ritorno «non è successo nulla. Pensate a controllare il lago invece di darmi ordini, se no assaggerete la mia spada. Balestrieri, la vostra è l’arma dei deboli. Noi facciamo anni d’addestramento, non qualche mese come voi. Dovete pulirvi la bocca quando ci parlate.»

Gli interpellati mugugnarono senza rispondere nulla. In quanto balestrieri, erano abituati ad essere considerati i vigliacchi del mestiere, sebbene nessuno osasse privarsi dei loro servigi.

Diego si riunì al gruppo, quando sentì una forte fitta allo stomaco, come se un torturatore lo stesse squartando vivo. Rovinò al suolo vomitando filamenti cinerei dalla bocca. Cominciò a contorcersi come una serpe. La pelle arida, le labbra sbiadite, i bulbi rosseggianti di capillari. L’uomo emise un rantolo agghiacciante spirando tra i soccorritori.

L’ansia si impadronì del gruppo. Gli uomini bestemmiavano, i balestrieri scrutavano, Folco ansimava.

La voce roca di Decenza riportò la calma.

«È normale che qualcuno di noi muoia. Dobbiamo accettare la fatalità degli eventi, non dipende da noi. Lei è affamata, ha fame. Io la capisco.» Alcuni scoppiarono in risa nevrotiche osservando la mole dell’uomo. «Ha avvelenato l’acqua per potersi nutrire. State tranquilli, prenderò quella barca e porterò il dono. Dobbiamo farle intendere che La capiamo.»

Folco scosse il capo incredulo. Il coraggio di Decenza compensava il suo aspetto ripugnante.

«Esegui il mio comando e fai quello che ti ho detto.» Folco s’appropriò della risolutezza di Decenza. «E voi, porci da macello, dimostrate d’essere uomini, mostratevi pronti a morire in battaglia. Questa missione è benedetta dal Mysterium! L’Insondabile darà ad ognuno di noi oro, donne e figli maschi» concluse alzando la spada verso il cielo.

Terminata la sceneggiata, Folco s’accostò a Decenza. «Un giorno dovrai dirmi da dove viene tutto il tuo coraggio» sussurrò alle sue orecchie.

«Un giorno lo scoprirete, mio signore.» rispose Decenza con un sorriso mefitico, «ma sappiate che il mio coraggio lo devo a voi. Mi avete infuso l’orgoglio dei Tegalliano.»

Nonostante l’elogio, quelle parole suonarono orribili al Folco, ma come suo solito sorvolò sulla sensazione di pericolo che sempre sorgeva quando parlava con Decenza.

L’obeso spinse il prigioniero sulla piccola imbarcazione, poi vi montò facendola quasi inabissare con il suo peso. Slegò l’uomo ordinandogli di remare.

Il povero boscaiolo ubbidì terrorizzato, sforzandosi con tutto sé stesso. Forse per l’angoscia non riuscì a comprendere se Decenza avesse sussurrato qualcosa alle lucciole, ma s’accorse stupito che quei piccoli insetti seguivano la barca.

Il prigioniero mostrava quarant’anni. Aveva un volto scarno e scavato che faceva risaltare gli zigomi e la mascella costellata da un mosaico scomposto di peli. Una lacrima cadde lentamente bagnando la guancia sinistra.

«Vi prego padrone, vi scongiuro. Sono solo un povero boscaiolo, padre di due figli e uno in arrivo. Sono molto malato e la mia famiglia dipende da me. Se solo avessi avuto ancora un po’ di forza, avrei difeso la mia famiglia, ma ahimè una maledizione sconosciuta mi divora. Lavorerò per voi come schiavo, ma vi prego lasciatemi andare.»

Decenza inclinò il capo verso l’alto, mostrando il grasso mento all’uomo. «Come ti chiami?» chiese quasi cordialmente.

«Gabriolo di Monte Vecchio.»

«Bene Gabriolo» disse Decenza. «Vedo che sei malato e non mi hai mentito durante il tuo discorso. Sappi che ho apprezzato la tua sincerità. Io ti avrei risparmiato, ma il mio signore ha deciso che devi morire. Quindi…» come uno psicopatico Decenza mutò il tono di voce, facendo sobbalzare Gabriolo. «…taci e muori senza infastidirmi. E vedi di remare stando zitto!»

Gabriolo abbassò il capo di fronte ai due metri di Decenza, che lo squadrava come una belva feroce. Stremato dall’avanzata della peste polmonare, non riusciva a reagire alla grande ingiustizia. Aveva sempre lavorato onestamente, senza rubare e ripagando i prestiti. Cosa aveva fatto di male? Quale colpa sua o dei suoi avi generava quella condanna? E poi quel grassone era il doppio di lui, non costituiva un pasto migliore per la Signora? In quel momento un lampo attraversò la sua mente, un’intuizione che neppure i mercenari accecati dai soldi avevano avuto. La situazione era assurda! Il trippone sedeva calmo e tranquillo, ma logicamente parlando doveva essere lui la preda preferita. In quel momento comprese il segreto di Decenza, segreto che da sempre sfuggiva alla mente del Folco.

«Tu…» balbettò «…tu sei…»

Lo scatto di Decenza fu fulmineo nonostante la massa. Si lanciò su Gabriolo, ma il suo peso fece oscillare terribilmente la barca scaraventando entrambi nell’acqua.

Garbriolo riemerse per primo e cominciò a nuotare disperatamente verso la riva orientale. Distava ancora circa duecento metri, ma una folle speranza sosteneva il suo sforzo.

«Scappa idiota, scappa. Tanto la Signora è qui e tu sei la sua preda. Tu devi solo morire. Sai qual è il suo nome? Si chiama Principessa delle Acque, idiota! Almeno saprai chi ti sta per uccidere» ringhiò Decenza con una voce demoniaca.

La luna sembrava osservare il tutto. Una chiazza nera imbrunì le acque del lago. Era impossibile comprenderne la forma, ma era lunga almeno sei metri. L’ombra si mosse verso Gabriolo poi d’un tratto sparì. Il prigioniero continuava a nuotare sentendo il suo cuore battere forte. Vide uno scenario terribile: un enorme granchio che spappolava con le chele i suoi figli tra onde di sangue. In quel momento udì una voce suadente e terribile. Era come se dieci donne parlassero in una caverna e le loro voci riecheggiassero contemporaneamente.

«Scegli Gabriolo. O loro, o te!»

Gabriolo s’arrestò scrutando il lago. Il suo volto era pallido come quello d’un cadavere. Le acque erano placide. La macchia nera s’estese sotto di lui. Si sentì risucchiare verso il fondo da un mulinello. Provò a lottare, ma la forza dell’acqua era troppo forte. Gli spasimi lo fecero impazzire, delle pietre aguzze erano penetrate nei fianchi. Le ferite bruciavano, come se fossero incendiate. L’acqua si colorava di rosso. Sentì scricchiolare le ossa del bacino, un dolore lancinante e poi il buio.

Il resto non può essere raccontato con parole di questo mondo.

Nel frattempo, Decenza nuotava verso i balestrieri. Aveva bevuto qualche sorso d’acqua, ma non sembrava particolarmente scosso. Ciò che lo angosciava era l’ombra nera che dopo aver ingoiato Gabriolo si dirigeva verso di lui. Accelerò al limite delle sue possibilità, ma la distanza tra lui e l’ombra diminuiva ad ogni bracciata. D’improvviso la Signora s’arrestò e la barca, perfettamente asciutta e contornata dal misterioso sciame di lucciole, si diresse verso Decenza.

L’uomo comprese, o s’illuse di comprendere. Comprese che la Principessa aveva accettato il suo dono e che ora lo considerava come uno schiavo, comprese che la Principessa voleva parlare con loro, ma soprattutto comprese che altre vite dovevano essere sacrificate.

S’issò faticosamente sulla barca prima di dirigersi alla riva. Non v’era nessuna forma di vita animale. Né pesci, rane o salamandre si scorgevano nelle acque scure. Persino i moscerini avevano abbandonato il lago. Passò la mano sull’enorme ventre. Sentiva un piccolo disturbo, come se non avesse digerito bene. Sputò nell’acqua e cominciò a remare verso riva.

Giunto presso le sponde notò i tenieri delle balestre puntati verso di lui. Alzò lo sguardo notando le incupite espressioni degli uomini. Il suo fine udito sentì le sicure delle balestre levarsi, mentre dita nervose si poggiavano sulla leva di sgancio pronte a scoccare le frecce.

 «Sono io, razza di idioti non sono la Signora. Abbassate quelle maledette balestre, sono Decenza, il vostro compagno, ve lo giuro» grugnì rivolto ai balestrieri.

Ma nessuno si curò di lui. Alle sue spalle, a tre metri di distanza, una frangia di capelli neri emergeva dall’acqua, nascondendo una fronte simile a quella di un essere umano. Tutti trattenevano il fiato. Pareva che un misterioso silenzio fosse calato sul luogo, l’intero ecosistema adorava la sua padrona che a passo lento stava per mostrare il suo volto. Per la prima volta, Folco vide un lampo di terrore negli occhi di Decenza.

La figura emerse dalle acque. Due occhi verde smeraldo illuminavano un volto castano olivastro dai lineamenti dolci e allungati. In quelle perle, capaci di sedurre il monaco più devoto, aleggiava un’astuzia vorace. Aveva un corpetto scollato di seta nera che scendeva suadente sui fianchi, aprendosi all’altezza del bacino in una gonna lunga. Nonostante la corporatura da bambina, tutti gli uomini s’eccitarono come difronte alla più provocante delle cortigiane.

La Principessa delle Acque fece scivolare la lingua tra le labbra, strisciandola da destra a sinistra prima di risucchiarla nella bocca. Le dita della mano mancina schioccarono come a impartire un ordine. In quel momento un balestriere ritornò in sé. Vide in quegli occhi qualcosa d’indomabile e potente, un feroce pericolo che avanzava lentamente verso di loro. La mano che sorreggeva il teniere cominciò a tremare impazzita. La paura azionò la manizza, una freccia partì perdendosi nel lago.

Lei non si mosse nemmeno, non fiatò. Solo i suoi occhi s’incupirono selvaggi, ricolmi d’ira. Almeno trenta uomini fuggirono sgomentati verso il gruppo di betulle.

«Fermi figli di puttana, cosa state facendo?» urlò disperatamente il Folco cercando di riportare l’ordine. Uno dei suoi suonò il corno nel vano tentativo di richiamare i fuggitivi.

Lei stava immobile e silenziosa, Decenza pareva un cagnolino spaventato, gli alberi sghignazzavano compiaciuti.

Il coraggioso Rollone fu il primo ad infilarsi tra le betulle. S’arrestò di colpo quando una folata inodore soffiò sul suo volto. Stordito scosse il capo.

«Fermi!» urlò agli altri fuggitivi. «Qui sta accadendo qualcosa di serio.»

Iniziò ad ansimare. Annaspava come se stesse affogando, mentre le pupille si contraevano diventando quasi invisibili. Le braccia fuori controllo, come possedute da uno spirito maligno, la bocca bavosa, i glutei rilasciati che grondavano diarrea. Rovinò al suolo, i polmoni bloccati. Non respirava, cercava di parlare, ma suoni sconnessi uscivano dalla bocca. Mentre moriva vide due grosse narici sparire tra le foglie.

I pochi sopravvissuti, circa una decina, corsero disperati verso il lago. Sentivano ardere i polmoni come se fossero incendiati. Impazziti, gli occhi fuori dalle orbite, si lanciarono nel lago bevendo acqua alla ricerca di sollievo.

Folco li vide morire tra gli spasimi. Alcuni affogarono in un metro e mezzo d’acqua, dimenandosi isterici. Il Tegalliano fece per voltarsi verso i suoi, pronto ad ordinare l’attacco, ma lo sguardo affascinante della Signora lo arrestò.

Ora la vedeva, piccola e indifesa, fiera e malinconica. Quella bellezza si spinse nel profondo dell’animo, sino a giungere nell’angolo ove schiacciato da ambizioni e calcoli politici annaspava il Codice.

«Venite Empireo Folco a spiegarmi il motivo della vostra venuta, e mi scuso per ciò che è accaduto ai vostri uomini.» Una voce tenera e sottile si posò come balsamo sui lineamenti contratti del Tegalliano. «Venite a discutere con me, venite su questa spiaggia.»

Nella mente di Folco il cielo si tinse d’un caldo arancio, striato dalle nuvole che scorrevano su d’un mare limpido. Le onde smussate bruivano sulla spiaggia fina, sfiorata dagli ultimi raggi del sole.

Lei stava lì, accovacciata sulla riva del mare, con le braccia conserte, persa in una malinconica melodia.

 «Il vostro imperatore,» Folco farfugliava le parole, il suo sguardo era assente, «deve conferire da solo con codesta damigella, che è venuta alla nostra corte per chiedere protezione. E noi, dall’alto del nostro potere, non chiuderemo le porte del nostro impero a colei che ha solcato il mare per chiederci aiuto.»

I sopravvissuti compresero che ormai la mente del Folco era controllata, ma nessuno osò fermarlo. Ora che la Principessa delle Acque concentrava il suo potere sul Folco, percepivano alle loro spalle un qualcosa di non meno terrificante e selvaggio, che con il suo assordante silenzio ordinava di tacere. Immobilizzati vedevano il loro signore procedere nelle acque come un cagnolino al guinzaglio del padrone. Sentivano parole volgari uscire dalla bocca della Principessa delle Acque, che spingeva Folco verso il centro del lago mentre la sua pelle cambiava colore.

La Principessa sussurrò qualcosa nelle orecchie dell’uomo.

Decenza scrutava il tutto dalla riva. L’acqua del lago arrivava alla cintola del suo comandante, che ora stava parlando con una massa informe ricoperta da spesse squame.

Solo il fine udito di Decenza riuscì a carpire «…e mi raccomando, uccidili tutti…» prima che la Principessa s’immergesse.

Quando Folco tornò alla riva, ordinò ai suoi di seguirlo senza aggiungere parola. Pareva uno zombie.

I superstiti se ne andarono terrorizzati, chinando il capo per non guardarsi attorno.

Quando gli uomini si furono allontanati, Polgnnak uscì dal gruppo di betulle. Assomigliava ad un albero, dalla corteccia simile alla pelle dei pesci e le zampe palmate. La mutazione e il nascondiglio dell’agguato erano pessimi, ma aveva appreso che per gli uomini saccenti il pericolo poteva solo ruggire e sbavare. Il silenzio e l’immobilità non significavano nulla agli occhi di coloro che sapevano sempre tutto: le dieci regole della spada, i sedici dogmi della seduzione, le venti leggi del successo. Lui conosceva solo la cosa fondamentale: che l’arroganza è la virtù dei ciechi che vedono solo sé stessi. E ghignando malignamente, s’immaginava le loro reazioni una volta compreso il tranello. Avrebbero scosso la testa, disillusi, cominciando la fiera dei commenti.

«È impossibile, se ci fossi stato io li avrei visti!».

«Folco ha sbagliato strategia, doveva farsi affiancare da un gruppo di maghi.»

«Ma come è possibile che nel 1369 succedano ancora queste cose?»

Già, perché a parlare sono tutti dei geni. Parole, parole, tonnellate di parole. La Maledizione dei Colli Corona scoppiò a ridere mentre guardava i corpi privi di vita.

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