Potere divora Potere – Parte 4 – Out of the Dark

Link alle parti: Parte 1, Parte 2, Parte 3,

Teophanes strabuzzò gli occhi, la strada era cosparsa da resti di gambe e teste mozzate.  Avrebbe voluto scappare, abbandonare quell’inferno fregandosene di tutti. Il senso del dovere, forse, oppure qualche altro sentimento che nemmeno lui comprendeva, lo incatenava in quella città trasformatasi in una mangiatoia per licantropi.

Il campo sfollati era stato allestito in fretta e furia dopo la prima carica. I feriti giacevano a terra, talvolta coperti da qualche pezzo di stoffa. Uomini e donne ammassati senza un minimo d’intimità, una situazione esplosiva. Per fortuna alcuni cittadini avevano collaborato nel gestire la situazione, angeli silenziosi che lottavano nonostante le difficoltà. Sarebbero stati dimenticati dai libri di storia, ma i loro volti s’impressero per sempre nel cuore di Teophanes.

Alcune barricate separavano il campo dalle case semideserte. Akrafina era spettrale, ridotta ad una città fantasma. Il fumo dell’incendio rendeva l’aria irrespirabile, eppure quelle fiamme lo riportavano a quegli istanti, quando quelle labbra lo avevano quasi soffocato tra le risa dei soldati.

Zena aveva il visto stravolto dalla stanchezza, la cotta di maglia schizzata di terriccio e sangue. Ora era una dea sporca, puzzava come una capra. Quando si tolse l’elmo i suoi capelli sembravano unti dalla pece. Teophanes non l’aveva mai vista così bella. Sgranò gli occhi come un bambino di fronte alla sua mamma.

“Abbiamo esplorato il quartiere, è tutto sotto controllo. Ma ora dovremo spostarci nella zona sud, là ci sono gli scontri.” Zena tossì due volte, il suo respiro era affannoso, “Ho la netta impressione che tutto questo disastro sia stato pianificato da qualcuno.”

Teophanes arricciò il naso “Chi può essere così sadico da organizzare una carneficina simile e per che cosa poi? Per controllare Akrafina?”

“No, chiunque ha organizzato questa cosa vuole provare un’arma. Hai presente la creatura che abbiamo visto nel bosco? Alcuni testimoni hanno detto che è stata lei ad attirare in città i licantropi e la Forvalaka, sobillando gli scontri tra di loro. Capisci Teophanes: una cittadina, un serbatoio di carne dove licantropi e la Forvalaka possono rifocillarsi per curare le ferite e combattere sino allo stremo.”

Teophanes rabbrividì, un senso di nausea s’annidò nella sua gola, “Chi può volere una cosa simile?”

Il volto di Zena si rabbuiò, “Esiste un solo generale in tutto questo dannato Vaalàbra che può ordire un piano del genere e lo sai anche tu. Teophanes, Fantom Caligo II è qui, in questa città!”

Un mormorio sorse tra gli uomini, alcune bestemmie volarono nell’aria. Teophanes scosse la testa, non voleva credere a quelle parole. Eppure era tutto così cinicamente logico: una cittadina d’importanza secondaria, troppo insignificante per trasformarsi nella causa di una guerra, dove quel bastardo stava sperimentando sin dove potevano arrivare le tenebre.  Teophanes voltò il capo, verso quei volti che imploravano un po’ di pace. I loro cuori spezzati non valevano il prezzo della giustizia, prima di loro c’erano gli equilibri della politica. Digrignò i denti mentre il suo cuore si gonfiava d’ira: non l’avrebbe data vinta a quell’assassino pervertito.

La parte sud d’Akrafina era un cimitero vivente, solo la banca del Sacro Ordine del Mistero della Notte campeggiava immacolata come una bambina appena nata. Urla disperate si fondevano con gli ululati, seguite dal ruggito della Forvalaka. Teophanes trattene le lacrime: udiva i bambini strillare e voci di madri che cercavano di calmarli. In quei momenti detestava essere un militare. Il male minore, lo chiamavano, e la cosa peggiore era che avevano ragione. Nei poemi si poteva salvare tutti, nella realtà bisognava scegliere chi vivere e lasciar morire. I numeri non davano mai scampo, come le ghigliottine coi condannati. Primo obiettivo, sedare lo scontro, secondo obiettivo, spegnere l’incendio, terzo obiettivo mettere in salvo i superstiti. Con quelle forze a disposizione non si poteva fare altro. Un brivido gli passò per la schiena, il dubbio soffocò il suo animo. Chi garantiva che il suo amato Arconte, il grande Sila di Burcopolis, non stesse anche lui sperimentando la forza dei suoi soldati?

Un sibilo, una freccia trapassò il cranio d’un uomo.

“In posizione di difesa!” urlo chinandosi mentre lo scudo copriva la sua testa.

Uno sciame di frecce saettò contro il drappello. Teophanes udì i cavalli nitrire e le urla degli uomini che cadevano a terra. Bastardi.

La strada si tingeva, rivoli purpurei arrossavano il ciottolato. D’un tratto le frecce s’arrestarono. Timoroso s’alzò in piedi: la strada era costellata di corpi, alcuni feriti gemevano a terra. Teophanes cominciò ad ansimare, dov’era Zena? Si dimenticò del suo grado, cominciando a corre verso un gruppo di cavalli accasciati a terra.

La vide, l’usbergo ricoperto da dardi. Quando Zena si rialzò, Teophanes emise un respiro di sollievo: era ancora viva, chiunque avesse attaccato, non aveva usato la balestra. Pareva un fantoccio da tiro con tutte quelle frecce infilzate nella maglia di ferro.

Mai parlare troppo presto.

Il quadrello volò come un lampo, forza e velocità, un impatto devastante. Zena fu scaraventata a terra, la punta trapassò la maglia, sventrò la protezione di cuoio sottostante infilandosi tra due costole. Ottanta chili di potenza concentrati in un solo punto, la macchina di morte per eccellenza.

Teophanes trasalì, il mondo ruotò attorno a lui. Si lanciò su Zena, coprendola con lo scudo. L’avrebbe salvata, poteva farcela: bastava estrarre il dardo della balestra, se solo fosse stato facile. Quell’arma era una puttana, la sua forza meccanica una maledizione.

“Zena respira con calma, adesso ti aiuto, ti prego Zena…” urla, sibili di frecce e quadrelli, “ ce la faremo, respira…”

Lacrime e rabbia, la vista offuscata. Sapeva benissimo che non c’era speranza. Coperto dallo scudo, non vedeva neppure il volto di Zena. Sentiva solo il suo respiro affannoso e le proprie parole prive di senso.

Una vampata di calore, il clangore delle armi.

C’era qualcosa di maligno vicino a loro, si sentiva oppresso, come spappolato dalle tenebre. Udì una voce femminile, atroce come uno strumento di tortura. Sibilava in una lingua sconosciuta e maledetta.

Attorno a lui i ciottoli piroettarono nell’aria creando un vortice di pietra. Uno spirito occulto vagava in quella zona, lo sentiva strisciare nelle sue carni, pronto ad impadronirsi del suo cuore, mentre un cupo suono di tamburi rimbombava nelle orecchie.

Vide qualcosa d’orribile.

Uomini e donne che danzavano nella corteccia di un albero su resti di uomini che contro ogni logica rantolavano dal dolore. Occhi rossi brillavano nell’oscurità tingendo di riflessi scarlatti il tronco. Udì invocare il nome di Nkaka Savanne, lo spirito divoratore di uomini dell’Ile de la Perle.

Urlò disperato quando sentì la mano che lo afferrava per i capelli. Vide il volto di quella donna che gli aveva attaccati nel bosco. Era color ebano, gli occhi sporgenti e assettati di sangue. La pelle sembrava una distesa solcata da vermi.

Con la coda dell’occhio notò i suoi commilitoni. Combattevano contro ombre piccole e veloci, i cui lineamenti parevano spariti nel nulla.

La forza che lo travolse fu inaudita. Tre quintali di Duval si scagliarono contro il misterioso essere facendo volare Teophanes.  Il licantropo morse la creatura alla gola, incurante delle fiamme. Il soldato sentì le ossa del mostro infuocato frantumarsi come un bicchiere che cade a terra, vide la sua testa rotolare sui ciottoli mentre il corpo s’afflosciava privo di vita.

Le ombre urlarono terrorizzate, i licantropi s’erano lanciati all’attacco. Teophanes strisciò verso Zena, doveva salvarla. La battaglia infuriava tra ululati, voci metalliche e cozzare di spade. Una scena di violenza surreale in cui non si comprendeva chi combattesse cosa.

Alcune ombre stavano trasportando Zena. Teophanes si mise a correre. Una montagna di peli lo fece inciampare. Si rialzò, i polmoni rotti dallo sforzo. Le ombre s’erano infilate in una via laterale. Una figura gli si piazzò davanti. Era più alta delle altre, aveva la corporatura d’un uomo.

Teophanes parò il colpo con lo scudo. Sentì un forte dolore all’avambraccio, poi rispose con un fendente indirizzato verso la gola dell’ombra. L’avversario schivò il colpo sbilanciandosi all’indietro. Teophanes attaccò di nuovo, ma l’ombra fu talmente lesta da schivare il colpo.

“Non voglio ucciderti.” Una voce metallica e priva d’empatia risuonò nelle sue orecchie.

Elfi scuri. Teophanes sferrò un altro fendente, il cuore ricolmo d’odio. Non poteva fidarsi degli esseri più orribili di tutto il Vaalàbra, non quando la sua Zena era in pericolo.

Percepì un forte dolore alla gamba, si piegò su sé stesso.

“Non voglio ucciderti, se solo l’avessi voluto saresti già morto!” l’ombra s’allontanò da lui, muovendosi verso il luogo dove giaceva Zena.

Teophanes cercò di rialzarsi, la gamba sanguinava.  Le fitte rallentavano i suoi movimenti, fu costretto ad appoggiarsi ad un muro per camminare. Mentre si avvicinava, i suoi occhi cominciarono a distinguere i volti degli elfi scuri. Dai loro occhi di marmo non trapelava alcun sentimento, mentre le espressioni storpiate da un cinico sorriso non facevano sperare nulla di buono.

L’ombra che l’aveva ferito aveva gli occhi color ambra, simili a quelli degli orchi Voro. “Curatela e andiamocene da qua. Non ho intenzione di rischiare la mia vita per quel folle di Caligo.”

“Sacrilego”, replicò un elfo scuro “Dobbia ucciderla! Quello è capace di farci ammazzare tutti!”

Alcuni elfi mormorarono, Teophanes vide nei loro occhi il terrore.

“A Caligo ci penserò io. Abbiamo la Forvalaka e alla regina Kayla interessa solo quella, il resto non conta. E poi quando saprà che Fantom Caligo ha perso la sua lougawou preferita per uno stupido esperimento, andrà su tutte le furie! Fidatevi di me, l’unica testa che salterà è quella di Caligo.”

Le voci metalliche risero acide. Solo allora Teophanes notò una tarantola luminosa appollaiata su un tetto. I suoi otto occhi sembravano un arcobaleno. Sentì un profondo senso di pace, come da tempo non provava, finché la creatura svanì nel nulla, assieme a quel gruppo d’elfi scuri.

Quando raggiunse Zena, della ferita non c’era traccia. Lei dormiva tranquillamente.

***

Duval assaporò l’aria mattutina. Di fronte a lui s’estendeva la Purissima Repubblica Marittima di Tali. Quella notte era successo di tutto: il potere degli uomini, dei licantropi e degli elfi s’erano scontrati in una guerra senza senso.

Probabilmente erano stati gli elfi scuri a proteggere la sua fuga, ma ancora doveva capirne il perché.

Duval fece scricchiolare le ossa del capo. C’era una cosa che non gli tornava. Come mai Fantom Caligo II non aveva attaccato la banca del Sacro Ordine del Mistero della Notte?

Out of the Dark – Falco

18 risposte a "Potere divora Potere – Parte 4 – Out of the Dark"

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        1. 🙂 🙂 🙂
          Comunque mi hai fregato, il bisex all’ultimo non me l’aspettava. Ero ad un passo dalla verità…sigh…Ma non illuderti, stavolta l’hai fatta franca. Ti teniamo d’occhi Gianesini, non ci sfuggirai ancora (risata malefica) 🙂 🙂 🙂

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      1. Stasera pubblico il seguito 😉😃👍 ho avuto il blocco dello scrittore… terribile…non mi andava bene nessuna idea costringendomi a cancellare di continuo lo scritto, odio quando avviene…😭
        Finalmente ieri sono riuscita a scrivere spero qualcosa di buono 😃

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