Potere divora Potere – Parte 2 – Amore, Fiamme e altre Incertezze

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Teophanes si voltò di colpo, la fiaccola tremava nella mano. Aveva udito un fruscio tra i cespugli o qualcosa di simile. Le pupille dilatate, osservò i rami delle piante nella speranza di cogliere qualche segno. Vide solo un’oscura massa di foglie, innocente come gli artigli di un gattino. Era ormai un’ora che i suoi setacciavano la zona senza alcun risultato.

Duval lo aveva fregato di nuovo, non riusciva a stargli dietro. Due settimane d’inseguimento in cui s’era solo illuso di condurre i giochi.  Maledisse il suo Arconte con tutto il cuore. Tutti sapevano che Duval non aveva tradito, a parte quell’imbecille del Duca! A Sila il comando dell’armata, a Vanidas l’arcontato e la guida delle spie, a Duval la morte: semplice e banale; peccato che le conseguenze le stesse pagando lui.

Un rumore di cavalli fece sobbalzare il suo cuore. Diede le spalle al bosco, osservando le sagome nere che s’avvicinavano veloci. Una vampata di caldo lo protesse dal freddo.

Teophanes deglutì mentre la cavalleria lo superava spingendosi tra le piante. Quando un’ombra scese dal suo stallone, portandosi vicino a lui, perse il respiro. Era rivestita da una maglia di ferro che dal naso calava sino alle cosce. Un elmo tondo le proteggeva il capo coprendo persino le sopracciglia.

Teophanes balbettò mentre la voce dell’ombra entrava nel suo cuore. Quelle parole lo riscaldavano, lo facevano sentire vivo. Nemmeno la maglia di ferro e l’elmo potevano arrestare il fascino di quella dea imprigionata in un corpo umano.

“…la Forvalaka…”

Teophanes avrebbe voluto baciarla, sentire il suo corpo mentre infilava le mani sotto la maglia di ferro per stringerle i seni. Una goccia d’amore in quel deserto di tenebre, non chiedeva altro.

“…ma mi stai ascoltando? Ti ho detto che Sila ha liberato la Forvalaka!”

Teophanes sussultò, il suo pene s’afflosciò all’istante, ogni pensiero erotico si dissolse come zucchero in un fiume. Paralizzato, rimase a bocca aperta cercando disperatamente una frase di circostanza.

“Komes Zena”, balbettò incurvandosi, “Certo, vi sto ascoltando. I miei uomini sono pronti.” Maledetta timidezza! Ora penserà che non sono un vero uomo! Stupido d’un illuso, non vedi quanto è bella? E poi è un tuo superiore, non ti filerà mai!

Un’ombra calò sullo sguardo di Zena mentre la sua voce s’irrigidiva, “Certo Hekatontarche Teophanes, sono sicura che voi abbiate sotto controllo la situazione. Volevo solo mettervi in guardia del pericolo, tutto qui.” Zena rimase immobile, gli occhi fissi sulle labbra dell’uomo.

Non mi guarda più. È finita! Teophanes avrebbe voluto morire, Zena era diventata fredda. Perché doveva essere tutto così terribilmente complicato? Doveva trattarsi d’una maledizione, non c’erano altre spiegazioni. Riusciva ad essere sciolto con una donna solo quando non gli importava nulla, allora sì che tutti vedevano l’Hekatontarche Teophanes, colui che comandava cento uomini.

Il silenzio stava diventando imbarazzante, non sapeva come districarsi. Bofonchiò alcune parole che avrebbero avuto un significato, se solo si fossero tramutate in sillabe. Una statua con una fiaccola in mano, ecco cosa era diventato, la controfigura sbiadita dell’erotismo.

Delle fiamme apparvero nel cielo, si spargevano come tentacoli disegnando una croce di fuoco. Due occhi rossi comparvero in quell’inferno ardente. Il busto di donna terminava in un gorgo incendiato che copriva le gambe. La lougawou si lanciò in picchiata, emettendo un urlo spettrale. Il male più arcano delle Sette Isole era entrato in azione.

Il cavallo di Zena s’imbizzarrì mentre i due sgranavano gli occhi verso l’alto. La creatura s’avvicinava, il calore stordì i soldati, Teophanes si lanciò su Zena trascinandola a terra.

Appena in tempo!

Folate bollenti arsero la pelle dell’uomo. Fu scosso dai brividi quando udì l’urlo della creatura. Il mostro ora volava verso il bosco lasciando dietro di sé una scia di fiamme che incendiava l’erba umida.

S’udì un forte ululato riecheggiare tra le piante. Per un istante parve che l’intero bosco attendesse l’arrivo del suo signore. Un lampo di muscoli e potenza! Scheggiò come una saetta, travolgendo sette uomini al suo passaggio. Duval era un licantropo nero dagli occhi giallo fluorescenti. Le sue mascelle si chiusero sulla testa d’un soldato. Fu come mettere del burro sotto una pressa. Il corpo cadde a terra privo di vita, dalla bocca di Duval colavano rivoli di sangue.

La lougawou diede fuoco alla zona dello scontro. Teophanes non vide più nulla, solo fumo e fiamme. D’un tratto da quella cortina uscirono due licantropi inseguiti dal mostro di fuoco. Uno dei mannari si scontrò con un cavallo. La bestia cadde a terra, le gambe fratturate, la licantropa proseguì come se nulla fosse.

Riportare l’ordine fu estremamente difficile, l’incendio aveva isolato parte del drappello. Quando si riorganizzarono, cominciò la triste conta dei caduti.  Zena maledisse Sila, il Duca e tutta la nobiltà di Lemŭropolis. Se ci fossero stati dei maghi, quel disastro si sarebbe potuto evitare. Ma ai potenti interessavano le spie, i grandi Katáskopos, che garantivano maggior potere ad un costo minore. E così l’esercito soffriva d’una carenza cronica di maghi. Una smorfia di rabbia deformò il dolce viso di Zina: a terra, immobili per sempre, giacevano i dimenticati del potere.

“Dobbiamo andare.” Teophanes poggiò una mano sulla sua spalla, “I licantropi si sono diretti verso la cittadella d’Akrafinia, se non interveniamo a proteggerla, potrebbe scapparci un massacro.”

Zena sospirò. In quegli istanti detestava il suo grado. Avrebbe dovuto abbandonare quei corpi al loro destino, sarebbero diventato cibo per volpi affamate. Perché le decisioni di un militare dovevano essere sempre così ciniche? 

“Dovremo marciare uniti, penso che quel mostro non sia qui per caso.  Non ho idea di chi l’abbia mandato, ma chiunque sia stato voleva che Duval uscisse dal bosco!” Zena si calò l’elmo sul capo “Prepariamo ci al peggio.”

Teophanes diede due colpi di tosse, “Quindi la cosa che abbiamo visto non è la Forvalaka?”

Zena scosse la testa. Avrebbe voluto almeno una carezza da quell’uomo, ma non la stava guardando neppure negli occhi. Perché ogni volta che la vedeva diventava così freddo?  Scherzava con tutte, eccetto che con lei. Forse era irraggiungibile. Sono una Komes, devo pensare alla missione.

Zena ordinò la partenza. Mezz’ora di marcia serrata li divideva da Akrafina. I soldati avanzavano nella notte, le fiaccole illuminavano i loro volti tesi. Qualcosa di grosso stava accadendo, poteri ancestrali sembravano essersi dati appuntamento.

Come uno spazzino maniaco, il vento aveva ripulito il cielo dalle nuvole facendo risplendere la luna.  Il creato dormiva tranquillo, sfoggiando una distesa di colli ricoperta da stelle. Era l’opposto del cuore di Zena, gorgo d’emozioni pronto ad esplodere: la morte dei suoi, Teophanes, la difficile carriera! Tutto si mischiava nella sua testa in un turbine di pensieri che non riusciva a controllare. Essere donna al comando non era difficile, bastava l’ordine di un superiore. Ma essere riconosciuta come capo da una platea di uomini che vedevano solo le sue tette, sfiorava i limiti dell’impossibile. Aveva sputato sangue per ottenere il loro rispetto, e ora rischiava di perdere tutto per una stupida lotta tra nobili.

Problemi su problemi, ai quali si aggiungeva Teophanes! Avrebbe voluto sfogarsi con lui, che almeno la ascoltasse. Invece marciava silenzioso a fianco del suo cavallo, quasi fosse un membro della scorta. Non poteva dire almeno una parola?

Alcuni bagliori coronavano la testa della collina come un’aureola malefica, mentre il vento trasportava un odore acre. Zena storpiò il naso, nelle sue orecchie risuonava una cacofonia di sillabe. Rabbrividì al pensiero di ciò che avrebbe visto giunta in cima. Il suo istinto di comandante gli sussurrò di preparare la carica, quello di donna di voltarsi e ascoltare.

“…perché…insomma…nel senso…ti amo…ma capisco…”

Si stava pure rispondendo da solo, almeno lasciati dire di no!  Però era buffo con quell’espressione da bambino sul volto, aveva uno sguardo sincero.

Aspre folate soffocarono il drappello, qualcuno smontò da cavallo. Anche Teophanes non respirò per lunghi instanti, ma non per colpa del vento.

House of Fire

Alice Cooper

Costruendo una casa di fuoco, piccola

Costruendola col nostro amore

Stiamo costruendo una casa di fuoco ogni volta che ci tocchiamo

Casa di fuoco

15 risposte a "Potere divora Potere – Parte 2 – Amore, Fiamme e altre Incertezze"

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