Demonìa – Parte 3 -Nerium Oleander

Parte 1Parte 2

Tutto è lontano
La gioia e la malinconia
E ogni pensiero non ha più peso dell’aria
Che si confonde in me
Quando tutto è qui, quando tutto è fermo
Non chiedo pietà, chiedo di lasciare che tutto passi
Perché non so più amare
Io, scatto senza volo
Io, cuore senza amore
Io, cuore senza amore
Io, re del mio silenzio

Re del Silenzio, Litfiba

La figlia di Mendoza non era sulla carrozza. Era tutta colpa di quel nobile: padre senza polso, pronto a cedere ai piagnistei della figlia!

Raoul aveva i nervi a pezzi, le cose andavano male. Inoltre conosceva troppo poco i vampiri. I Nerium Oleander stavano arrivando per reclamare la loro preda, e deludere il clan più potente di tutta Tali significava assicurarsi il posto in una bara.

Le vecchie maniere!

Inspirò profondamente, faceva un freddo cane.

Nella sua isola il caldo signoreggiava, lenito solo dalla stagione delle piogge. Ma quel gelo che pervadeva le ossa non era paragonabile al freddo dell’Ile de la Perle.

Passò un fazzoletto sulla lama del machete. Amava tenerlo pulito, senza grumi di sangue. Guardò il corpo senza vita del cocchiere: una conseguenza accidentale del suo lavoro. Quell’uomo era innocente, lo sentiva, ma aveva commesso la cosa peggiore che un uomo onesto può fare: vedere. Scrollò le spalle, non erano affari suoi. Stava solo lavorando onestamente.

Per un attimo sentì l’angoscia impadronirsi di lui. La mano che gli stringeva il coppino era più gelida delle raffiche di vento. Non voleva voltarsi, ma il suo corpo cominciò a farlo.

Due occhi privi di vita lo fissavano. Il suo cervello andò in frantumi, ogni logica si scioglieva nell’abisso del non senso. Quel cadavere lo stava osservando, vedeva le sue pupille muoversi mentre le palpebre spalancate non si chiudevano mai. Il palmo pallido del vampiro si poggiò sulla sua guancia, dandogli due buffetti.

Raoul aveva voglia di vomitare, o urlare, non lo sapeva neppure lui.

Le vecchie maniere!

Trattene il conato, poi allargò le gambe chiudendo le braccia al petto: questo era il suo lavoro. Dentro si poteva morire, ma fuori bisognava sembrare sicuri di sé. Perché la prima regola di fronte ad un predatore è mostrare di non avere paura di lui.

 “Tira via quella mano dalla mia faccia e vedi di stare tranquillo. Chi sei e cosa vuoi!”, Raoul vide altri quattro non morti dietro al vampiro.

Avevano la pelle pallida, a tratti violacea. Nonostante il freddo, indossavano camicie di pura seta. Raoul indurì il volto: doveva nascondere il suo terrore. Dalle bocche dei vampiri non usciva alcun fumo bianco, il loro respiro era assente. La testa riprese a giragli, tutto crollava di fronte a quei cadaveri viventi. Ogni scienza o alchimia si dissolveva di fronte alla follia della morte.

Le vecchie maniere!

“Chi siete e cosa volete? Non ho alcuna intenzione di chiedervelo una seconda volta.” Portò la mano all’elsa del machete.

Silenzio.

I vampiri rimasero muti, immobili come uomini decapitati.

Uno di essi, un tipo tozzo dai lunghi capelli castani, si mosse verso di lui a passo lento. Il vampiro che lo aveva approcciato si scostò facendo un breve inchino.

“Nerium Oleander ti basta come risposta?”, sibilò colui che s’avvicinava, “E dovresti ringraziarmi, negro, perché di solito non sono così gentile e paziente. Ora ti ordino due cose e tu obbedirai. Primo, quando io passerò vicino a te, tu ti inginocchierai leccandomi i piedi fino a che io ti dirò basta. Secondo tu mi porti la mia futura sposa. Se farai quello che ti dico, potrei lasciarti vivo.”

Raoul si voltò verso i compagni.

Silenzio, nessuno apriva bocca. Quando tornò a guardare il vampiro vide due fessure iniettate d’odio che lo squadravano. I Nerium Oleander non avrebbero pazientato ancora per molto.

“Raoul non farti impressionare dal Dilaniatore”, la voce di Roderigo ruppe l’impasse, un odore di sigarillo si sparse nell’aria, “I Nerium Oleander li conosciamo bene, è il loro modo di fare”, si voltò verso il vampiro, “Bene Dilaniatore, hai fatto la sceneggiata con le tue minacce, ma ti ricordo i patti. Noi lavoriamo per dei nobili e sai anche tu le regole: nessuno vi tocca finché voi non toccate un nobile o un loro protetto. E noi stiamo rapendo la figlia del barone per voi, per evitarvi una bella caccia al vampiro. Ci sono interi villaggi di contadini qua intorno, potete cibarvi di loro, torturarli, stuprarli, squartare i loro figli. Ma quando si tratta di nobili le cose cambiano!”

La Purissima Repubblica Marittima di Tali!

 “Dov’è la mia sposa?” il Dilaniatore si voltò di scatto verso Roderigo come un cobra pronto a colpire, “I patti reggono fino a quando lo decidiamo noi. E perché i patti reggano ci vuole onestà e stai sicuro che di una cosa sono certo: a Tali la parola onestà è solo un insieme di lettere senza senso, un tempo ero uomo anche io e mi ricordo benissimo. I patti richiedevano che oggi voi avreste catturato la mia sposa e me l’avreste consegnata entro martedì. Ma io non vedo la sposa.”

I vampiri emisero un sordo grugnito, simile a quello dei cani quando si stanno innervosendo.

Raoul osservò Roderigo. Il suo volto sembrava tranquillo sebbene la mascella serrata celasse del nervosismo. Il Dilaniatore aveva ragione: il contratto prevedeva la cattura entro, e non oltre, quel dannato lunedì.

Raoul fissò il Dilaniatore negli occhi, “Il giorno non è ancora finito, abbiamo tempo.”

“Stupido negro, pensi di fottermi? So bene come funzionate voi mortali: prima o poi arriva la stanchezza, di notte non vedete e brancolate come degli idioti; non riuscirete mai a catturare la figlia del barone entro oggi. Farò valere la clausola.”

Silenzio.

Roderigo rimase muto. Raoul vide il Dilaniatore muoversi verso di lui. Cercò di mostrare la massima sicurezza possibile. Quando il vampiro gli passò accanto sfiorandolo, percepì tutta la potenza della morte. Serrò il pavimento pelvico per evitare d’urinare dallo sgomento. Capì che la sua improvvisazione aveva funzionato: non era stato scelto come clausola.

Gli uomini del drappello parevano già morti. Ad ogni passo del Dilaniatore, le loro facce si scolorivano.  Lo sguardo di Raoul scivolò su Ubaldo: la zona pubica era completamente bagnata.

Avrebbe voluto chiudere gli occhi, ma doveva mostrare coraggio. Il Dilaniatore puntò Ubaldo che nel frattempo aveva estratto la spada. La lama tremava come una foglia al vento, assieme alle mani nevrotiche.

Il Dilaniatore parlò di nuovo, stavolta la sua voce proveniva dall’oltre tomba, “Cantami una canzone Ubaldo.”

“Qua..qua..quale canzone?” Ubaldo ansimava, il sudore solcava il suo volto.

“Una canzone sulla morte, la tua morte. Voglio sentirti cantare mentre ti squarto, sono sensibile, mi danno fastidio le urla”, le risa dei vampiri s’infilarono come aghi nel cuore di Raoul. Sapeva che il Dilaniatore non stava assolutamente scherzando. Se si fosse trattato d’una morte umana, quella richiesta non avrebbe avuto senso. Ma ciò che stava accadendo sfidava le leggi della natura.

Silenzio.

Il respiro forsennato di Ubaldo riempiva l’aria, la sua voce era disperata “Aiutatemi, vi prego! Roderigo, salvami, abbiamo combattuto assieme più volte. Fai qualcosa!”

Silenzio.

“Cazzo Roderigo, brutto stronzo. Sono sempre stato fedele, ho fatto tutto quello che mi hai chiesto!”

Raoul scosse il capo, Roderigo continuò a fumare come se nulla stesse accadendo, il Dilaniatore scimmiottava la sua preda.

Hai ragione Ubaldo, ma salvare le vite non fa parte del lavoro. Dovresti saperlo.  Raoul inspirò l’aria gelida. Per un istante si sentì inferiore ai vermi, un reietto che meritava solo la forca; ma con tutte le forze scacciò quel pensiero: doveva pensare solo a sé stesso, non era quello il momento per i rimorsi.

“No, non voglio morire, aiutatemi!” Ubaldo urlava, la voce strozzata. Il Dilaniatore lo aveva afferrato per i capelli, mentre con una mano accarezzava il viso pallido della vittima.

Raoul guardò il compagno pietrificato dal terrore, “Muori da uomo, mostra un minimo d’onore”, estrasse la borraccia ripiena di rhum, scolandosene metà. La pagliacciata doveva continuare, faceva parte del lavoro. Ridere di fronte alla morte, sembrare ciò che non si è, recitare la parte del duro sapendo che un giorno il destino avrebbe fatto pagare quel conto di sangue.

La pelle d’Ubaldo cominciò sfilacciarsi. Le dita del Dilaniatore scivolavano sull’uomo con una tenerezza satanica che trascinava la carnagione via con sé.

Raoul sentì il suo stomaco rivoltarsi mentre la cute d’Ubaldo cadeva a terra lasciando intravvedere la muscolatura. Nulla poteva proteggere quell’uomo: il corpetto, la spada, il suo elmo erano solo fragili illusioni, stupide sicurezze dell’orgoglio umano.

“No, nooooooooooo!”

Urla selvagge di un cadavere che s’illudeva di vivere. Ubaldo giaceva a terra in una chiazza di sangue, avrebbe impiegato ore prima di morire. Raoul inspirò profondamente, cercando di mantenersi calmo. Tirò un sospiro di sollievo quando Roderigo gli offrì un sigarillo: aveva ancora un’altra scena da recitare.

6 risposte a "Demonìa – Parte 3 -Nerium Oleander"

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  1. Ciao! Ma è un prequel del libro, quindi? No, perché anche nel libro il passaggio di nome di Raoul non l’ho capito benissimo… Cioé, ho capito la motivazione, ma non il suo ruolo iniziale.

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