Demonìa – Parte 2 – La Carrozza

Essendoci scene di violenza, mi occorre ricordare che il racconto non è adatto ad un pubblico minorenne. La classificazione del pubblico risale ad una legge del 1962. Per ogni protesta, contattare le autorità competenti. Tutti diritti di riproduzione sono riservati.

Ho deciso di mettere, primo dell’inizio di ogni parte, un estratto di un testo musicale o poesia che mi ha inspirato durante la scrittura del racconto. Spero che la cosa vi piaccia.

Link alla parte prima

La Carrozza del Mendoza rappresenta il massimo esempio della corrente post-vampirica del XIV secolo. In quest’opera il maestro The Dark Show simboleggia immensamente la fragilità della vita umana.
Estratto dalla Pinacoteca di Tali


Sto aspettando nella mia fredda cella quando la campana comincia a rintoccare,
rifletto sul mio passato e non ho molto tempo

Hallowed by The Name – Iron Maiden

La carrozza sfrecciava nel grigiore della nebbia. Il barone Gustavo de Mendoza Alicante era stato chiaro: voleva arrivare al castello prima del calare del sole, senza se e senza ma. Il cocchiere Goffredo era visibilmente preoccupato. A quella velocità, la scarsa visibilità impediva di vedere i pericoli della strada. Goffredo s’immaginò disteso in un fosso, con il corpo ricoperto d’escoriazioni.

Non poteva rallentare! I nobili avevano sempre ragione, qualsiasi cosa dicessero. Quella era la sua dannata Purissima Repubblica Marittima di Tali, che di puro e repubblicano aveva solo il nome.

Ciò che lo rassicurava erano i due cavalieri bardati che cavalcavano scortando la carrozza. I banditi infestavano quella zona. Il Doge Paolo Galbajo s’occupava solo d’arricchire sé stesso e la sua potente famiglia. Le strade erano state abbandonate al loro destino, la sicurezza una favola per bambini, i gendarmi rubavano il lavoro ai ladri. Dicevano che Faier e Tegalliano fossero esausti della situazione. Ma lui non credeva a queste dicerie, diffidava di quell’ammasso di parolai dal sangue blu che sapevano solo sfruttare i poveri.

Tra la foschia gli parve di vedere degli uomini sulla strada. Tirò le briglie dei cavalli, rallentando l’andatura.

“Che c’è?” chiese Clemente da Castrum Olubra, avvicinando il cavallo da battaglia alla carrozza.

“Ci sono degli uomini sulla strada”, Goffredo scrutava preoccupato l’orizzonte.

“Allora vogliamo muoverci, perché ci siamo fermati?” una voce arcigna fuoriuscì dal cocchio.

“Empireo Gustavo de Mendoza Alicante, ci sono alcuni uomini…” Onofrio, il secondo cavaliere, non riuscì a terminare la frase.

“E io cosa vi pago a fare! Figli di baldracche, riprendete la marcia. Io sono il barone Gustavo de Mendoza Alicante, cognato del Cancelliere del Visconte d’Algerio, terzogenito del cugino di secondo grado della sorella della moglie dell’Arciduca Alfonso Medina Gonzalez dell’Islas de la Islas. Se quei plebei vi daranno problemi, ammazzateli. E ora in marcia!”

Goffredo scosse la testa mentre sbatteva le briglie. Quel nobile non contava nulla! Vantava lontane parentele che potevano proteggerlo, forse, da un branco di criceti affamati. Ma l’orgoglio dei nobili era qualcosa di vomitevole. Leccavano i piedi a chi era più potente di loro, per poi diventare arroganti con i sottoposti.

Tanto al Mendoza Alicante non sarebbe successo nulla. Se quelli fossero stati dei banditi, avrebbero ammazzato lui e i cavalieri, per poi chiedere il riscatto alla famiglia.

Sentiva la tensione crescere mentre s’avvicinava a quello che ormai aveva identificato come un posto di blocco. V’erano delle guardie in divisa, molto probabilmente dei Galbajo. Superati quei gendarmi sarebbero entrati nella Contea di Dogana dove i Faier dettavano legge. E sebbene fossero anche loro un’accozzaglia di corrotti putrefatti, erano pur meglio degli odiati Galbajo.

Goffredo rallentò ancora, ormai erano in prossimità del posto di il blocco. I due cavalieri scrutavano nervosi i dintorni.

Si trattava d’un gruppo di quattro uomini. Avevano montato una specie di staccionata amatoriale per impedire il passaggio. La carrozza avrebbe potuto travolgerla, se lanciata in velocità, ma ormai procedeva troppo lentamente. Goffredo si preparò al peggio, pronto a rischiare il tutto per tutto in caso d’attacco.

Notò tra le guardie un uomo di colore, segno del cambiamento dei tempi. Da quando avevano inventato le caracche, a Tali circolava orma un miscuglio di razze umane che faceva impallidire i puristi. I floridi commerci avevano attirato uomini da tutto il mondo. Ormai era normale vedere neri, asiatici e uomini con turbanti impugnare le armi assieme alle guardie di Tali.

Goffredo ebbe una brutta sensazione. Il capo del posto di blocco stava fumando un sigarillo, sul suo volto pareva esserci scritto -Sono un bastardo e sono felice di esserlo-

“Dove crediamo di andare con codesta carrozza?” l’uomo con il sigarillo avanzò, le mani posate sui fianchi.

“Messeri”, fece Clemente, “Siamo la scorta dell’Empireo Gustavo de Mendoza Alicante, cognato del Cancelliere del Visconte d’Algerio, terzogenito…”

L’uomo scimmiottò un inchino, “Avete sentito! Sulla carrozza c’è l’Empireo, ma cosa dico, l’Imperatore Gustavo de Mendoza Alicante, cugino del buco del culo del Cancelliere di chi?”

Le risa delle guardie preoccuparono Goffredo. Quando le cose si mettevano in quel modo, non c’era nulla di buono da sperare.

I due cavalieri erano nervosi quanto i loro cavalli che faticavano a tenere a freno.

L’uomo si piantò di fronte alla carrozza, “Fateci vedere il lasciapassare e, se tutto è a posto, potrete andare.”

Goffredo cominciò a perlustrare l’ambiente con lo sguardo. Dall’alto della carrozza aveva una buona visuale, ma non notava nulla di strano. Quella dannata nebbia gli impediva di cogliere i dettagli. Strinse le briglie pronto a vendere cara la pelle.

D’un tratto sì udì un fischio. Sentì un urlo, poi vide Clemente cadere dal cavallo.

Comprese.

Il suo cuore batteva all’impazzata, faticava persino a respirare. Fece per spronare i cavalli alla carica ma un dolore atroce ai fianchi lo costrinse a urlare. Scoccò le briglie, l’angoscia era più forte del male.

Un altro sibilo, una fitta atroce alla spalla.

La carrozza si stava muovendo, ma non riusciva a controllarla. Sentiva le forze venire meno, poi vide il mondo inclinarsi.

D’improvviso il vuoto.

Stava precipitando e con lui cadeva un’oscura massa nera. Le immagini erano veloci, senza senso.

Percepì un forte dolore alla schiena, qualcosa di duro, prima che l’ombra calasse su di lui.

***

“Ubaldo, razza di idiota, vuoi sbrigarti a tirare fuori il Mendoza? Perché sono circondato da coglioni? Raoul, ti prego, pensaci tu!”

Goffredo udì una voce roca dispensare ordini.

“Muovetevi razza di puttane che abbiamo poco tempo e trovatemi la figlia di quello stronzo!”

Ancora la stessa voce, un odore di sigarillo impregnava le sue narici.

Il cocchiere scosse la testa, aveva dolori ovunque. Si trovava a terra, le tibie schiacciate dalla carrozza. Osservò il suo fianco destro: c’era una freccia conficcata nella coscia e una nella spalla. Quando tastò con la mano sentì i vestiti imbrattati di sangue. Le tempie esplodevano impazzite, il dolore voleva dilaniargli il cranio. Le voci ridevano acide, udì persino squittire come un topo spaventato il grande Mendoza Alicante.

 La carrozza s’era ribaltata, ecco cos’era successo! Una dannata trappola che non aveva notato. Un’ombra cadde di nuovo sui suoi occhi.

“Pietà…”

Malocchio sferrò un calcio contro la mascella del Mendoza, un dente sfrecciò nell’aria, rivoli di sangue uscirono dalla bocca, “Dov’è la puttana di tua figlia? Parla!”

“Ci penso io, tenetelo fermo”, Ubaldo spinse Malocchio di lato, “Per fargli capire che non scherziamo bisogna cavargli un occhio!”

Il Mendoza sbiancò, un pugnale sfrecciò nell’aria.

“Argh!!!”

Il Mendoza si contorceva a terra come un verme, Malocchio gli sputava addosso, le sue urla gridarono vendetta al Mysterium.

Goffredo riaprì gli occhi. Vide un uomo di colore che lo fissava. Impugnava una strana arma che pareva un falcetto.

“Questo si chiama machete”, disse l’uomo, la voce fredda come la morte.

Goffredo lo vide avvicinarsi, “Ti prego no”, Sussurrava, la disperazione aveva soffocato persino le sue urla.

Chiuse gli occhi, sapendo che non li avrebbe riaperti mai più.

8 risposte a "Demonìa – Parte 2 – La Carrozza"

Add yours

Rispondi a Fantom Caligo Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: