Folco

La nobiltà al tempo del Dark Fantasy

Folco si voltò. Un viso flaccido poggiava su rotoli adiposi che soffocavano il collo, accompagnato da un respiro rantolante. Il ventre sembrava scoppiare ristretto da una sgualcita camicia di lino, sfuggendole all’altezza dell’ombelico per mostrare rotoli di carne cosparsi di peluria.

“Mio signore” agonizzò l’uomo posando lo sguardo limaccioso sul Folco “Ho visto una piccola casa isolata, più in alto a destra, a circa due stadi da qua. Se mi date quattro uomini, potrei vedere se c’è qualcuno da offrire alla Signora come gesto di amicizia. Presentarsi armati e a mani vuote non è un bel gesto” concluse mentre estenuato dalla salita asciugava il sudore che colava sul volto.

Un alito putrescente inondò le narici del Folco, facendogli storpiare il naso “Prendi quattro uomini e recupera un dono” replicò il Tegalliano facendo un passo indietro “se è possibile, vedi di rispettare il Codice. Il Senato vuole il successo ma anche la massima discrezione. Se il Codice non viene rispettato, sarà difficile controllare le voci: questo bosco è pieno di licantropi che potrebbero spifferare tutto al popolo. Quindi stai attento a chi scegli. Meglio qualcuno d’emarginato, in modo da far ricadere la colpa della sua morte sui suoi peccati. Ora vai e fai presto. Ti aspetteremo ad Incastrato”

Decenza distolse gli occhi verde melma dal suo signore. Era una montagna di lardo e muscoli che ondeggiava ad ogni passo, come se da un momento all’altro dovesse cadere. Fece segno a quattro mercenari di seguirlo e sparì nelle oscurità della foresta.

Folco lo osservò disgustato. Era deforme e puzzava come una porcilaia, eppure in tutta Tali non si trovavano uomini come lui. Coraggioso, leale e tremendamente efficace, una triade che mancava anche ai migliori ammiragli della Purissima.

Folco scosse la testa, poi assetato afferrò la borraccia. L’acqua scivolava pura nella gola, spegnendo il fuoco che lo divorava, un fuoco di complotti, calcoli e omicidi. Folco non aveva neppure risparmiato la sua prima moglie. Si chiamava Caterina: una fanciulla diciannovenne dai fluenti capelli castani e il seno prosperoso. Dannatamente bella ma anche dannatamente Galbajo. Quando le due famiglie erano entrate in lotta per l’elezione del Doge, lei aveva tramato contro i Tegalliano. Era stato costretto a bruciarla viva, richiudendola in un fienile per evitare le spese di un esoso ripudio. Un terribile incidente che non aveva convinto il suocero Aldovino il Bastardo. I Galbajo inferociti avevano atteso il momento propizio per giocare le loro carte. E proprio mentre il senato vagliava la sua candidatura al Consiglio dei Dieci, il Bastardo aveva chiesto una prova per saggiare il suo coraggio prima d’accedere alla carica.

Folco trattenne un conato di vomito al ricordo di quelle parole. Nelle sue orecchie risuonavano ancora gli applausi del senato, dove Faier e Gargonesi s’erano dimenticati delle somme ricevute per eleggere Ludovico III di Averna alla carica di Doge.

Gli uomini camminarono per circa mezz’ora, prima che un suono aprisse la danza della morte.

Dong, Dong, Dong…

Sentii la mia forza crescere ad ogni tocco, una spirale d’odio che s’impossessava d’ogni mio pensiero. Scuotevo le foglie degli alberi come se fosse scoppiata una tempesta. Il Mistero della Notte era cominciato e IO, la Maledizione della Corona, ero finalmente libera di carpire le loro anime.

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